Essere coach

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Ci sono passioni che non si scelgono: sono loro a scegliere noi.
Per me, quella passione è accompagnare le persone nei momenti di trasformazione, aiutandole a credere di nuovo in sé stesse.

Da anni lavoro nel change management, e ogni esperienza mi ha confermato una verità: il cambiamento non accade nei processi, ma nelle persone.
Dietro ogni trasformazione digitale, dietro ogni nuova tecnologia, ci sono emozioni, resistenze, paure e desideri.
C’è chi teme di non essere più all’altezza, chi sente di dover ricominciare da zero.
Ed è lì che nasce la mia vocazione: stare accanto, dare significato al nuovo, trasformare l’incertezza in fiducia.

L’arrivo dell’intelligenza artificiale ha reso tutto più veloce, ma anche più complesso.
Molti vivono la trasformazione digitale come una corsa contro il tempo, dimenticando che la tecnologia è solo uno strumento.
Io credo che l’AI possa essere una straordinaria alleata, se impariamo a metterla al servizio delle persone — della consapevolezza, della creatività, dell’empatia.

Il mio lavoro oggi unisce innovazione e umanità.
Accompagno professionisti e team a vivere il cambiamento come un processo di crescita, non di perdita.
Li aiuto a sviluppare quella mentalità adattiva che permette di restare sé stessi anche quando tutto intorno cambia.

Ogni volta che vedo qualcuno ritrovare fiducia nel proprio valore, mi ricordo perché faccio ciò che faccio.
Perché, alla fine, il vero cambiamento non è solo tecnologico o organizzativo — è interiore.
È il momento in cui una persona smette di temere il futuro e inizia a riconoscere di avere già dentro di sé le risorse per affrontarlo.

Se ti va di continuare a camminare insieme, puoi trovarmi su Instagram, @the.shecoach: è lì che condivido pensieri, spunti e piccoli momenti di vita sul cambiamento e sulla crescita.
E se qualcosa di ciò che hai letto ti ha toccato, scrivimi pure — mi farà piacere ascoltarti e scoprire dove sei nel tuo percorso.

Sogni lucidi

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Stanotte ho fatto un sogno lucido, il terzo e più potente dell’anno.

Appena guadagnata la consapevolezza di essere dentro un sogno, ho deciso di volare.

Ho pensato che, visto che potevo farlo, volevo vedere i dinosauri. Così sono andata verso una scogliera. Li ho visti lì, mentre volavo sopra l’oceano.

A un certo punto uno dei dinosauri ha cercato di spararmi del fuoco. Non ho avuto la sensazione di essere realmente in pericolo. Sapevo di essere nel sogno e ho reagito come se avessi il controllo della situazione: ho immobilizzato il dinosauro con un raggio di luce.

Poi ho deciso che volevo andarmene e ho creato un tunnel spazio-tempo. Era stretto, e situato appena sopra le onde del mare.

Per crearlo, ed entrare, ho avuto la sensazione che mi servisse molta energia. Come se attraversarlo richiedesse uno sforzo reale. Così, appena sono entrata, tutto  è diventato buio e ho perso la lucidità.

Non ricordo bene cosa sia successo dopo. Quello che mi è rimasto più impresso è di aver vissuto un’esperienza di supermente, in cui il sogno veniva plasmato da me, e di essere riuscita ad arrivare molto più in là rispetto all’ultima volta. La possibilità di muovermi liberamente nello spazio e nel tempo mi ha lasciato addosso una sensazione di libertà che ho portato con me anche al risveglio.

Chissà come sarà il prossimo!

La natura che chiama

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Era un giorno d’estate,
di quelli che sembrano non finire mai,
quando il cielo, all’improvviso,
si veste di cenere.

Il vento scuote gli alberi
e le fronde fluttuano nell’aria.

Il vento fischia
e la pioggia mi sussurra: Vieni.

Vieni a camminare
dove la terra respira,
dove il temporale
non è una minaccia,
ma forza e presenza.

E allora cammino.

Lascio che il vento mi sfiori,
che la pioggia mi attraversi,
che l’odore della terra
mi riempia il respiro.

Ricordo
di essere parte
di questo vento,
di questa pioggia,
di questa terra.

Non guardo più la natura da lontano.
Entro nel suo respiro.
E mi lascio attraversare.

Il corpo che fiorisce

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Per tutto l’anno lascio il corpo da parte,
mentre la mia testa corre avanti:
programmi, orari, pensieri,
cose da fare, cose da tenere insieme.

Le gambe ferme sotto una scrivania
tese come se dovessero portarmi lontano.

Poi arriva la vacanza.
La testa lascia il comando
e il corpo torna a occupare spazio.

I piedi non sono più soltanto appoggio,
possono camminare e lasciarsi attraversare dal ritmo.

Il corpo ricorda che sa danzare.
Le braccia cercano l’aria,
i fianchi seguono il ritmo dei tamburi.

E quando mi stiracchio lentamente,
quando allungo la schiena,
quando lascio spazio tra le ossa,
la testa si siede accanto al corpo
e ascolta.

Ascolta il respiro,
la pelle, il movimento,
la voglia di ballare,
il bisogno semplice di allungarsi verso il cielo.

E il corpo fiorisce, illuminato da una nuova luce: affonda le radici nella terra e ritrova la sua antica saggezza.

Il parco del belvedere

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C’è un luogo che conosco da prima dei ricordi, quando il mondo era soltanto un respiro tra le braccia e io avevo pochi giorni di vita.

Lì sono arrivata per la prima volta, senza sapere il nome degli alberi, senza conoscere il cielo, eppure quel luogo, in silenzio, ha iniziato a custodirmi.

Gli anni sono passati e ogni volta che ritorno ritrovo qualcosa di me: una bambina che corre, una ragazza che sogna, una donna che cerca un po’ di tranquillità.

Al Belvedere il tempo rallenta, si siede accanto alle panchine, si perde tra le foglie mosse dal vento.

Ora ci vengo con le mie figlie: le guardo camminare sui sentieri che hanno visto crescere me, e sento intrecciarsi le generazioni come radici sotto la terra.

Questo parco non è soltanto un luogo: è un rifugio che conosce il mio nome, un frammento di eternità affacciato sul mondo.

Credits: sentieri Landandé

Abitarsi

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Raramente mi fermo ad ascoltare il corpo.
Sono vento tra i pensieri, corsa silenziosa tra il lavoro che chiama e le mani piccole delle mie bambine che cercano le mie.
Abito stanze di idee, progetti, doveri, e spesso dimentico la casa più vicina: questo corpo.
Eppure lui resta.
Forte come una radice nella terra, sostiene il peso delle ore, accoglie la stanchezza, attraversa le tempeste senza chiedere nulla.
Basta un respiro, uno soltanto, per ritrovarlo.
Allora il petto si apre, le spalle si sciolgono, e dentro il rumore del mondo compare una quiete antica.
Questo corpo non è un semplice involucro, ma un compagno fedele, un custode paziente che mi accompagna da sempre.
Meriterebbe carezze invece di pretese, gratitudine invece di giudizio, riposo invece di continue richieste.
Meriterebbe di essere ascoltato come si ascolta un amico.
Andrebbe amato ogni giorno,
venerato come un tempio, abitato come una casa, e ringraziato come un dono.

I miei descansos

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Nel libro “Donne che corrono coi lupi” si parla dei descansos: piccoli memoriali lungo la strada, nei luoghi in cui qualcuno ha perso la vita. Segni che ricordano una fine, ma anche un passaggio.

Mi colpisce pensare ai descansos non solo come eventi evidenti, ma come tutto ciò che, nella nostra vita, si interrompe senza fare rumore. Non sempre si tratta di grandi rotture. A volte sono relazioni che si allentano senza conflitti. Persone che hanno avuto un ruolo importante e che, a un certo punto, smettono semplicemente di esserci.
Ci sono anche le città che abbiamo abitato e lasciato, portandoci via solo una parte di ciò che eravamo lì.

Mappare i propri descansos è un esercizio potente di introspezione. Significa scandagliare la vita passata e riconoscere che qualcosa è esistito, ha avuto valore, e poi si è trasformato o concluso.

Nel mio caso, molti descansos hanno a che fare con legami di amicizia che si sono affievoliti nel tempo.
Non per mancanza di affetto, ma per cambiamenti di direzioni e geografie.

Per anni li ho considerati quasi “non-eventi”  ma oggi li vedo in modo diverso.
Riconoscerli mi permette di leggere con più chiarezza la mia resilienza, la mia capacità di ricominciare ed adattarmi grazie alla curiosità ed alla creatività che sempre mi accompagnano. Porti sicuri a cui tornare, indipendentemente da chi o cosa resta fuori.

Forse i descansos servono proprio a questo:
ci ricordano i piccoli e grandi “lutti” e di come li abbiamo affrontati. E che, in modi diversi, siamo sempre riusciti a proseguire.
E, ogni volta, a ricominciare.

Elogio a ciò che sporge

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C’era una volta un naso
troppo grande, dicevano,
troppo lungo, ridevano.

Ridevano di quella linea decisa,
di quel profilo che non sapeva stare al suo posto, come se esistere con carattere
fosse già un errore.

Ci ho messo tempo
a capire che ciò che sporge
non è un difetto—
è direzione.

È la parte che sente prima,
che riconosce,
che si fida.


Allora ho provato a rimpicciolirmi,
a limare gli angoli,
a diventare più facile da guardare.
Ma certe cose non nascono per sparire.


Bambine mie,
se un giorno qualcuno vi dirà
“troppo”—
troppo alte, troppo rumorose,
troppo sensibili, troppo vere—
ricordate:
ciò che esce dal disegno
è spesso ciò che lo rende unico.
Non limatevi per entrare.
Allargate il foglio.

Anna

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Ti ricordo attraverso i tuoi racconti,
sempre a supportare gli altri
a diventare persone migliori.

Avevi mani che non restavano ferme,
passi che cercavano strade
anche dove sembrava non ci fossero.

Con te ho imparato
che la gentilezza può essere forza
e la dedizione una forma di luce.

Poi sei salita nel cielo,
nel giorno che parla di ritorni,
di pietre spostate
e luce che rinasce.

E il giorno dopo
è arrivato il vento da nord,
forte, lucido, essenziale,
a dire senza parole
che nulla resta uguale,
che tutto deve attraversare il distacco.

Ti ritrovo nelle mani che si sporcano di colori,
nei giochi inventati dal nulla,
nelle storie che fanno brillare gli occhi.

Ora non ti vedo,
ma ti riconosco
nelle risate che tornano,
nel coraggio di essere semplice.

So che non ti sto perdendo:
ti sto continuando.

Preghiera scalza

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C’è un tamburo antico nel mio petto, è zoccolo, è tuono, è richiamo.
Mi chiama la terra nuda,
mi chiama col nome che avevo
prima delle case,
prima delle strade,
prima delle parole.


Ho voglia di correre
fino a perdere il fiato —
non per fuggire,
ma per ricordare.
Sentire l’erba che graffia le caviglie,
il sangue che canta nelle tempie
come un fiume in piena.
Saltare nei boschi
e sporcare le mani di resina,
respirare l’odore crudo del muschio,
cantare nel vento.
Non sono fatto di cemento.
Sono fatto di vento.

Lasciami essere respiro affannato,
mani graffiate.
Lasciami tornare
a quell’essere ancestrale
che conosce la via
senza mappe,
che vive senza chiedere permesso.
Perché nel battito primordiale
che mi attraversa
c’è la memoria del mondo —
e ogni passo scalzo
è una preghiera antica
che finalmente
ritorna voce.

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